Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

*ovvero dalla penna di paperoga, un inquietante squarcio sui pensieri di ogni uomo medio

Arriva il momento, prima o poi, di cambiare casa. Ed è in questo preciso momento e nella successiva ricerca che ne seguirà che, oltre ogni ragionevole dubbio, si manifesta potente la diversità antropologica che, profonda come una voragine, separa ancora l'universo maschile da quello femminile.

Per la donna, cambiare magione assume i connotati di una straordinaria opportunità di affermazione della propria personalità. Per l'uomo è il più delle volte un cazzo in culo (scusate l'eufemismo) il cui fastidio è paragonabile solo ad una ventina di giorni consecutivi in preda ad un acuto prolasso emorroidale esterno (scusate il nuovo eufemismo).
La donna, in realtà, cercherebbe casa in continuazione. Anche quando sta bene in quella in cui vive, una parte del suo cervello bacato sempre in fermento è in cerca di una sistemazione nuova, di intonsi stimoli visivi, di inedite sfide architetturali. A meno che non compri una casa. In quel caso passerà il resto della sua vita a spendere una percentuale non indifferente del PIL familiare, se non nazionale, per arricchirla modificarla ristrutturarla costantemente, in una sorta di cantiere sempre aperto e mai pienamente soddisfacente.

Ciò perchè in ogni donna c'è un'arredatrice di interni mancata, figlia di una mania di possesso e controllo che fa si che ogni ambiente potenzialmente abitabile debba essere ridisegnato dalla sua mente creatrice e tramutato in realtà dalle mani del suo uomo e dalla sua successiva ernia al disco da sforzo.

Ed è così che, quando si approssima il cambio di casa, la donna comincia a vagare per la città, saltellando e fischiettando come di fiore in fiore guardando duecentocinquanta case, facendo amicizia con l'agente immobiliare, instaurando rapporti amicali con proprietari di casa, in realtà però cassando quasi tutte le abitazioni per i difetti più microscopici, del tipo non mi sono piaciute le piastrelle della cucina, il posto è troppo fuori mano (leggi è addirittura a 200 metri dal corso principale) il soggiorno è più largo e meno lungo, o è più lungo e meno largo, o è lungo ed io lo volevo largo, o è largo ed io lo volevo lungo.

La donna prepara estenuanti tour de force, fatti di appuntamenti incrociati con 5-6 persone al giorno, soppesa e misura pro e contro, organizza tornei mentali ad eliminazione diretta tra appartamenti, e in tutto questo si cura ben poco di un aspetto che per gli uomini è invece un tantinello più essenziale: l'entità del canone di affitto. Vuoi mettere la bellezza dello scorcio di Duomo che si vede dalla finestra? O il vivere in un quartiere vivo e pieno di negozi? O il bagno che è proprio quello che volevo? Che ci frega a noi se costa 300 euro (si, TRECENTO) in più o in meno?

L'uomo no. L'uomo affronta questa via crucis sapendo che anzitutto dovrà confrontarsi con due delle creature più infernali che siano state vomitate su queste triste e nuda terra: l'agente immobiliare e il padrone di casa.

L'agente immobiliare è una specie di serpentello, smilzo e sgusciante quanto una biscia d'acqua, che è lì apposta per inchiappettarti. Spudorato trafficone, simpatico mentitore, con una faccia di bronzo da premio nobel, o da presidente del consiglio, appena adocchia qualcuno che ha fretta di prendere casa, si insinua mellifluo cercando di sbolognarti fior di baracche e/o stamberghe in centro storico a prezzi da villino bifamiliare in zona residenziale. Se bazzichi abbastanza spesso con questi tizi, sei quasi incline a rivalutare la dignità e la moralità del tuo lavoro di leguleio. Una volta agganciato all'amo il cefalo, essendo fedeli cani da guardia dei proprietari che gli affidano la locazione di case su case, in sede di stipulazione di contratto di affitto nelle loro sedi ti ritrovi davanti a pezzi di carta con condizioni capestro da loro spacciate come clausole standard con una tale paraculaggine che ti verrebbe da abbracciarli, prima di infilarli quel foglio di carta su per il culo. Alla fine, dopo la presa per il medesimo e la tentata rapina, devi pure pagargli una o due mensilità, così, per il servizio reso senza nemmeno rimborsarti il costo della vaselina.

Ma per fortuna ci sono i proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia. Quelli che non voglio mediatori, che i miei affari me li sbrigo da me, che non si regalano soldi a questi parassiti che si arricchiscono con percentuali da usura. E già, uomini tutti di un pezzo, gente che vuole guardare in faccia il futuro affittuario. Gente vera, insomma.

Sì, gente che ti fa venire nostalgia dell'agente immobiliare.

I proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia sono i peggiori di tutti. Ti ritrovi di fronte delle sottospecie di Mazzarò di verghiana memoria, gente che ha passato la vita ad investire ogni singolo centesimo nel mattone, rinunciando a vacanze, automobili costose, ad ogni sorta di divertimento o evasione, per accumulare un cospicuo numero di appartamenti di proprietà da affittare in giro per la città e campare di rendita. La loro "roba" è fatta di metri quadri su metri quadri, accumulati con crapuloneria e gestiti con le braccine corte di uno Scrooge moderno. Non vanno dagli agenti immobiliari non perchè non ne condividano il gusto per il silenzioso "agguato o il raggiro penalmente non punibile ma moralmente sì", ma solo perchè non concepiscono di dover dare una fetta del loro guadagno a gente che non si è minimamente sudata il proprio patrimonio immobiliare.

Quindi, i proprietari, la loro gozzoviglia e il loro gusto per il risparmio agghiacciante e il ricatto sotto-pelle, se li deve sorbire il futuro inquilino. E questo l'uomo lo sa benissimo, mentre la donna è ancora impegnata a sognare di notte il caminetto che ha visto in quel soggiorno, o le travi a vista della camera da letto.

Non solo l'incontro-scontro con i proprietari di casa avviene sugli aspetti economici dell'affitto (avete presente quando Zio Paperone contratta con qualcuno per due ore per limare 5 centesimi sul prezzo?). Il proprietario di casa va oltre, lui è uno d'altri tempi, pretende di vagliare i futuri inquilini non solo sotto l'aspetto della liquidità economica, ma anche sotto l'aspetto morale, del buon costume e persino del prestigio sociale. Ed ecco fioccare le richieste di "referenziati e residenti" come condizione imprescindibile per la sola visione dell'appartamento, il che tradotto significa nè più nè meno che "non voglio negri tra le balle". E poi domande tendenziose sulla tua vita privata, tipo se sei uno che fa feste fino a notte tarda, se ascolta la musica ad alto volume, e poi la domanda delle domande, che qui in Emilia assume un significato ancor più cruciale: che lavoro fai. Non è una questione solo economica, credetemi. Io faccio il simil-avvocato e guadagno meno di un operaio e molto meno di uno spogliarellista, e credo anche a giusta ragione, visto il culo triplo che si fa l'operaio (e sopratutto lo spogliarellista). Però se a domanda rispondo: faccio l'avvocato, il Mazzarò emiliano di turno si scioglie tutto, mi mette le braccia attorno al collo e mi guarda come un figlio. Un figlio che gli pagherà un affitto spropositato senza sconti di sorta, però un figlio.

La prossima volta che mi chiederanno che lavoro faccio, gli risponderò con un giro di parole del tipo faccio in modo che spacciatori e papponi non vadano in prigione, inoltre aiuto negri e musulmani a rimanere in Italia facendogli annullare l'espulsione. Non so se mi abbraccerà con lo stesso affetto.

E mentre l'uomo ancora affronta agenti immobiliari schivando le loro abili trappole, e si sottrae al fuoco di fila del proprietario che vuole conoscere l'intero suo albero genealogico per assicurarsi che non sia albanese, la donna è ancora là, a immaginarsi il soggiorno dei sogni, ad individuare la tonalità giusta per ridipingere la stanza da letto, a spulciare il catalogo ikea in cerca della libreria che più si confà all'ambiente e alla luce calda della lampada alogena che illuminerà il salotto.

E mentre l'uomo sbuffa sudando come un maiale trasportando scatoloni su scatoloni tra una casa e l'altra, affrontando ultimi piani e zone interdette al traffico, la donna è lì, a posizionare il tutto con maestria e senza che un filo di trucco le scappi dal viso. Contenta, di porre a fuoco il suo marchio sulla casa infine scelta, mentre l'uomo ancora arranca sulle scale, con una vertebra incrinata ed un principio di infarto, facendo attenzione a non rompere l'enorme accidenti di specchio nuovo di pacca, pesante e fragilissimo, come gli zebedei che nel frattempo egli si sarà fatto.

30.6.09

ossessioni di un'estate in città

Pubblicato da SunOfYork |

Vi è mai capitato, durante la pausa pranzo, di incrociare quei gruppi di uomini in grisaglia, di età indefinita tra i 30 e i 45, che escono da banche, studi e uffici del centro in gruppetti di 2-3 per andare a mangiare? Impeccabili, nei loro completi di taglio sartoriale, calze in filo di scozia e cravatte regimental. Come fanno? - dico io. Mai un rivolo di sudore che scorre sulle tempie, mai un bottone slacciato, ti immagineresti di vedere le loro camicie pastello ridotte a una sacra sindone nel momento in cui si tolgono la giacca e invece niente, nemmeno un'ascella pezzata, che pare abbiano installato un pinguino de longhi sotto i vestiti.
Ecco, quegli uomini lì, non sono il mio tipo e sono assolutamente fuori dalla mia portata, ma non posso comunque fare a meno di guardarli e immaginarli nei loro uffici inondati di luce, con grandi scrivanie in acciaio e vetro su cui sono appoggiati candidi mac. Oppure nell'atto di prendere un volo per Londra e andare a un incontro da J.P.Morgan. O di organizzare una partita di tennis tra colleghi nel finesettimana. O di sposare una ragazza slanciata e dotata di charme innato in un casale della val d'orcia. O di fare dei figli biondi che corrono tra le spighe di grano con i fiori nei capelli. O di organizzare un cenone di capodanno con parenti e amici in cui le posate sono d'argento e i bicchieri di cristallo baccarat. O di andare in giro per fiere dell'artigianato con la mano sulla spalla della loro donna, per assecondare il bisogno impellente di un tavolo in tek. O di avere un esarimento da superlavoro, scoparsi la segretaria secondo il più becero dei cliché, andare in crisi di mezz'età a 35 anni, separarsi dalla moglie dotata di charme innato a 36, perdere tutti i propri averi in un divorzio drammatico a 38 e fare dello scotch il proprio migliore amico a 40.
E a quel punto, nelle mie fantasie perverse, subentrerei io, la salvatrice degli uomini-catorcio.

(to be continued...)

Bene, bene. Oggi, sabato 20 giugno 2009, complici:

-1 serata in casa a schedare i manoscritti più indecenti che mi siano mai passati sotto mano -roba da amputare le falangette ai loro dannati autori,
-6 ore di spleen da temporale estivo che è qualcosa di epico,
-episodi di In treatment Season 2 sul groppone in numero di 4 per un totale di 120' ca e num.5 - approssimo per difetto, in realtà sarebbero 555 - problematiche irrisolte venute a galla durante la visione del suddetto telefilm, a voler escludere il problema di tutto rilievo di avere un transfert per uno psicologo che sta dentro lo schermo del mio portatile e con cui non posso interloquire (il fatto che di tanto in tanto mi rivolga a lui con espressioni del tipo "Paul, I think I suffer from father issues", non credo sia un buon segno),
-num. 3 bicchieri di Riesling renano ghiacciato tracannato sgranocchiando a letto finocchi crudi e cubetti di grana,
-num. 8 poesie di Pedro Salinas lette con num. 1 lacrima (per occhio) per ciascuna poesia, tranne che per quella che a un certo punto fa "Por detràs de ti te busco" - "Al di là di te ti cerco", per cui ne sono state versate 5 o 6 ad occhio o forse più, non saprei dire con esattezza,
-num.4 esperimenti culinari falliti nel tentativo di reagire allo spleen (1 quiche lorraine, 1 insalata di riso integrale, 1 insalata di verdure grigliate con grano saraceno e tofu -che sa di suola di All Star dopo una lunga camminata sull'asfalto di Agosto- e 1 semifreddo al melone)
-(meno)8 ore di sonno nella nottata precedente e (più) 2 occhiaie che nessun correttore di Chanel, Vichy, Lancome et similia riuscirà a correggere,
- non quantificabili paranoie sull'amore e sulle relazioni sentimentali amaramente discusse in infinite ore di conversazione a distanza con il massimo esperto mondiale di sfighe amorose, l'impareggiabile amico K., sempre pronto con le sue sciagure eroticopastorali ad allietarmi le giornate oscure e financo l'esistenza (se non fosse così disperatamente single, non si sarebbe offerto di portare me a luglio in un viaggio-premio aziendale con meta un posto meraviglioso della Sicilia in puro stile Il Gattopardo e dio solo sa se abbiamo entrambi bisogno di starcene sul bagnasciuga con un cappello di paglia in testa, una copia di Internazionale in una mano e nell'altra qualcosa di forte che ci faccia calare la pressione, stordendoci fino a sera)

complici, dicevamo, questi sciagurati eventi, direi che la sottoscritta si è impegnata al massimo per conferire al concetto di "sfiga" nuovi e raccapriccianti sfumature.
Essere cool (o uncool) è una condizione mentale che giace nel punto di intersezione tra ciò-che-il-mondo-si-aspetta-da-te e ciò-che-tu-ti-aspetti-da-te: quando le due cose coincidono, il gioco è fatto, puoi stappare una bottiglia di vino buono e brindare da solo, sarai sempre e comunque un "figo". Se le rette non si incontrano mai, anzi, addirittura divergono all'infinito, la bottiglia la puoi stappare comunque (e il Riesling che avevo in frigo ha assolto brillantemente a questo scopo), ma sarai sempre e comunque uno "sfigato".

Ora, se anche tu, come me, sei una di quelle persone per le quali le aspettative del mondo esterno non hanno mai svolto un ruolo particolarmente cogente (partire dal presupposto che le deluderai sistematicamente tutte aiuta una cifra a sgravarsi di questo fardello), e per le quali il fatto di essere a casa di sabato sera e intuire la vita che pulsa fuori dalle finestre non è motivo di rammarico, abbatti anche tu il cliché secondo il quale nel weekend bisogna uscire a tutti i costi (e anche a Capodanno/Pasquetta/Ferragosto) e contribusci a crearne uno nuovo e più consono al tuo stile di vita: "it's so uncool, it's cool", ché nella vita è tutta questione di slogan azzeccati.

Mesi fa, quando mi trovai a parlare del ruolo chiave dei suspiciously specific denials nelle relazioni sentimentali, non potevo immaginare che ben presto sarebbe toccata a me la mia bella fetta di dissimulazione. Come dire, se con la simulazione me la sono sempre cavata egregiamente, con la dissimulazione fino ad ora non avevo mai avuto niente a che fare.
Se mi interessa qualcuno intraprendo una logorante guerra di posizione, lo lavoro ai fianchi, gentile ma risoluta come un tir, mai invadente ma ferma nei miei propositi, e alla fine me lo prendo per sfinimento. A che pro farmi fare tutto questa fatica se lo sappiamo entrambi che alla fine capitolerà, è una domanda ad oggi rimasta irrisolta - sarà parte di qualche gioco bislacco del tipo "tit for tat" (aka gioco della ritorsione equivalente) del tipo: tu imperverserai nella mia vita come una novella Attila per qualche anno, almeno concedimi di tenerti sulle spine per una settimana. E vabbè, c'ha pure ragione il poraccio.
Fatto sta che, in vita mia, non ho mai avuto un vero rifiuto, e non lo dico perché sia una gran donna (in quel caso forse sarebbero gli uomini a tentare di sedurmi, non viceversa): semplicemente fino a poco tempo fa lo stalking non era reato. Inoltre con gli anni si impara a conoscere i propri punti di forza -ripetersi ogni giorno il mantra "beato chi me pija" aiuta molto- ma soprattutto le debolezze del proprio target e ad aprirsi una breccia attraverso di esse (i primi a cadere sono gli uomini di mezza età, care mie, i più difficili i trentenni, ma avremo modo di parlarne prossimamente).
Comunque, torniamo a bomba: mettiamo il caso che, per la prima volta, vi troviate a perdere la testa per qualcuno che sai benissimo non potrai avere per un bel pezzo. Pazienza, non perdete la testa. Essere troppo assidue nel tentativo di sedurlo potrebbe risultare asfissiante (ve lo fate scappare), tirarsela troppo e allontanarsi potrebbe fargli credere che non siate davvero interessate (ve lo fate scappare-bis). Siate dunque assertive nel palesargli il vostro interesse e poi, come fece Dante, trovatevi un Uomo-Schermo (o più uomini-schermo).
L'Uomo-Schermo assolve a una tripla di funzioni che spiegheremo, per semplificarci la vita, attraverso il ricorso alla teoria dei giochi, le relazioni internazionali e le economie di scala.
- effetto del dumping: se ti svendi con l'uomo schermo, non rischi di perdere la dignità con il Prescelto - ossia, eterodirigi tutti gli errori che commetteresti con la tua Beatrice, pregiudicando la vostra relazione;
- effetto del cartello Opec del 1975: i tuoi spasimanti fanno cartello e le tue quotazioni schizzano in alto (insieme alla tua autostima) - ossia la teoria secondo cui, più gente ti sta dietro, più sarai appetibile agli occhi degli altri. Attenzione però a non marciarci troppo o si rischia di passare per l'allegrona di turno;
- effetto del gioco a somma zero: il Prescelto si nega, tu, frustrata, diventi una bestia e sfoghi le tue frustrazioni usando l'Uomo-Schermo (U.S.) come pungeeball. Con questo inneschi una spirale karmica binaria: la assoluta devozione nei tuoi confronti dell'U.S.- che ti risarcisce in parte della sofferenza causata dal Prescelto - e il desiderio da parte del tuo U.S. di trovarsi una D.S. (Donna-Schermo) da bistrattare come tu hai fatto con lui.
Il tutto potenzialmente può reiterarsi all'infinito, fino al momento in cui un U.S. trattato male da una donna, scopre chi è il Prescelto e lo aspetta sotto casa con una mazza chiodata, facendo la quadratura del cerchio.
Ecco perché gli uomini non dovrebbero mai tirarsela, ne va della loro salute.

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno cazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

(da leggersi velocissimamente e con tono esaltato)

Bene bene bene bene, carillimi tutti! Una felice domenica e un sereno rientro alle vostre sfavillanti vite da questo spaccaballe di ponte del primo maggio. Per voi quest' oggi un post simpatico come quella furbona di mia sorella minore che si è portata via le mie chiavi di casa impedendomi di lasciare questo loculo financo per andare a comprare una stecca di Malboro dal tabaccaio di sotto e rifornire il frigo ormai ridotto a correlativo oggettivo del mio sbrilluccicante vuoto interiore. Per voi un post leggiadro e pieno di joie de vivre, scritto di getto dopo un pranzo domenicale in solitaria a base di tortilla alle verdure, insalata pomodori e basilico, e qualche bicchiere (di troppo) di Gewurtztraminer. Un post lieve, arioso e a finestre spalancate, che non c'è più confine tra dentro queste mura e la strada fuori, con le tende che svolazzano, allietato dalle rondini, dalle note stonate del dirimpettaio pianista che ripropone i grandi successi di Bruno Martino e dai baci con risucchio delle coppiette -vi odio dal profondo del cuore- che passeggiano sotto quelle enormi casse di risonanza che sono i portici bolognesi. Un post scoppiettante come la sinfonia del mio fucile a pallettoni con cui, appostata dietro la finestra del soggiorno a mo' di cecchino, metto in fuga le leggiadre coppiette, perché non si dica che non contribuisco anch'io a questo tardivo ésprit primaverile. Un post colorato come i tetti rossi di questo vicolo, come i muri color ocra, arancio e mattone, come gli scuri verde-bottiglia che chissà quali sguardi celano, e come il cielo azzurro sopra tutte queste cose ignote, come le mie magliette bianche che per magia, dopo un lavaggio azzardato, sono diventate tutte rosa cipria. Per voi un post al profumo di lavanda, tenero e pieno di poesia, almeno quanto quella offertami dal playboy maghrebino che, vista la mia capa gialla spuntare dalla finestra, mi ha urlato a gran voce di succhiarglielo ma che dev'essersi subito ricreduto alla vista del mio sguardo torvo e della dentatura aguzza, pena il vedersi trasformare il suo affare in un inservibile Ćevapčići. Un post per dirvi che ho abbandonato l'ascolto dei CCCP e che aspetto suggerimenti musicali (e non solo, ché non poniamo limiti alla provvidenza qui) su qualcosa che mi cambi la vita. Un post romantico e ormonale, a metà strada tra zitellaggine acuta e sentimenti che sorgono, tra mille incognite e una sola certezza, tra la pesantezza invernale ancora sul groppone e le vesti sempre più succinte, tra la consapevolezza dell'urgenza di una ceretta e l'indolenza da primo raggio di sole, tra l'esaltazione dannunziana e lo sconforto montaliano, il desiderio e il timore per una stagione che viene, ché forse è proprio su questo crinale, buon dio, che troverò una mia cifra.

(e a sorpresa, per i più pigri, la versione mp3 di questo blog, magistralmente interpretata da una capa gloriosa e facilmente ascoltabile e/o scaricabile qui, perché non si dica che gli ex non servono a niente)

Inizi a capire che il tuo umore non è proprio dei più rosei il giorno in cui ti spari di fila due dischi dei CCCP e ti sembrano "allegrotti".
Ah, la primavera. Fa lo stesso effetto a tutti?



(special thanks to Squilibrista per aver sopperito alla mia totale mancanza di ingegno informatico)
(e comunque, questo è il post numero 100, m'aspettavo di meglio - di buono c'è che da qui si può solo risalire)

24.4.09

Ossidoriduzione

Pubblicato da SunOfYork |

Così quando hai rubato la legge dei profeti per me,
tradire è stato un dono,
il bacio che non cerca più perdono [C.B.]


In un'ipotetica quanto improbabile top five dei comportamenti deviati che non smetterò mai di avere nelle mie relazioni sentimentali (impazienza di avere tutto subito - idealizzazione dell'altro e grandi slanci - primi cedimenti davanti alla realtà delle cose - disillusione e grandi dietrofront), la pole position spetta senza alcun dubbio allo spostamento del mio baricentro personale verso l'esterno: tutto il necessario risiede nell'altro, nei suoi bisogni e desideri. Ora, la conseguenza di questo bislacco francescanesimo è che, tempo pochi mesi, dopo aver inondato l'altra persona delle mie passioni letterarie musicali e cinematografiche, ed essermene fatta inondare a mia volta, insomma, completato questo processo di ossidoriduzione, si ha un momento di stallo intellettuale. Ovvero, il male assoluto.
Si dà però il caso che, vista la temporanea zitellaggine che mi affligge in queste ore, io abbia ripreso a coltivare i miei innumerevoli ed eclettici interessi (interviste rare a Cristina D'Avena e Mirko dei Bee Hive in desabillé, film di Fantozzi, impagliatura di animali rari, ascolto ripetuto e molesto delle canzoni di Orietta Berti). Me ne andavo quindi bel bella in quel di Roma Nord con i miei due mentori musicali - lo storico amico K. (l'anima indie contemplativa) e la new entry amico F. (l'anima punk berlinese) - in una serata piovosa e stranamente elettrica. Si diceva, questa allegra combriccola composta da noi tre, sparuta minoranza sgangherata e trozkista vagante attraverso vie infestate da scritte inneggianti a Forza Nuova, si dirigeva alla volta di un concerto che si sarebbe tenuto in un appartamento il cui indirizzo ci era stato comunicato via sms 24 ore prima, perché pare che da un po' vada tantissimo - tra la gente yeah - chiamare gli artisti a tenere dei concerti segreti in case private. Numero massimo degli ospiti, quaranta, per garantire anche al più indie di fare il tutto esaurito.
Arrivavamo infine alla meta: un appartamento gremito, fumoso, privo di mobili e pieno di locandine di film inutilmente pretenziosi. Tappeti per terra e lumini per creare atmosfera. Vino rosso a profusione. Popolazione alternativa media senza infamia e senza lode - totalizzate 0 kefieh e 0 magliette di Che Guevara - con delle punte di eccentricità in alcuni dandy della buon ora e un esemplare di femmina estramemente androgina alta attorno ai due metri che scatena inaspettatamente le fantasie più perverse dei miei due accompagnatori (nonché la mia benevolenza). L'amico K. inizia a tacchinare una giovincella col suo fare ardito da esperto viveur di concerti indie, io e l'amico F. rimaniamo a sbevazzare e a fantasticare di un post cattivissimo a quattro mani (sorry Phil, didn't mean to hurt your feelings) in cui prendiamo per il culo tutto e tutti, soprattutto la performance acustica che andremo a sentire.
E infatti andiamo a sentirla. Ci sediamo a terra tutti vicinissimi, uno attaccato all'altro, l'intolleranza per il contatto ravvicinato con tutti questi gggiovani è alle stelle: l'amico F. dopo un minuto ha le ginocchia incriccate e lamenta i primi problemi di sciatica, il mio osso sacro formicola in modo inquietante.
Poi Cesare Basile inizia a cantare, in acustico. Solo chitarra, armonica a bocca e la sua voce. Canta, chiaramente a disagio per la situazione bislacca, e ci racconta il suo egocentrismo, il suo panico, la donna che ama e il percorso tortuoso che è il loro amore. Si schiarisce la voce, racconta le sue storie, riprende a cantare e tu ti chiedi il perché di questo tuo desiderio di sminuire sempre tutto, questo talento innato per distruggere le cose belle. Forse è un caso. Ma ti chiedi anche perché uno così deve cantare in una stanza, quando meriterebbe di riempire un teatro. E anche lì la risposta sta più nel caso che nel talento, perché di certo qui quello non manca, anzi, è proprio tangibile, anche se io non sono nessuno per dirlo.

(insomma, esperienza positiva, soprattutto se K. finalmente riesce a trovarsi la fidanzata)

E a questo avrei messo anche il podcast di una qualsiasi canzone di Cesare Basile, (sono tutte stupende) ma indovinate? Lì è una questione di talento (informatico, che a me manca) e non di caso.

(ed eccolo alla fine)

La storia la conoscete tutti perché è vecchia come il cucco: uno si sbatte per gli altri e di tutta risposta viene preso a schicchere. La storia della mia vita, direte voi. Ebbene, cari i miei wannabe missionari, quest'atea qui vi dice che oltre a voi, pare ci sia stato uno, anni fa, a cui hanno appioppato una croce vera e che se l'è trascinata per chissà quanti chilometri prima di terminare lì sopra l'esistenza. E proprio su questa via crucis è incentrata la tradizionale processione dei misteri di Palese - Bari e di mille altri quartieri sparsi per tutta Italia.
Ora, per quanto radicato sia l'ateismo nella mia famiglia, non lo sarà mai abbastanza da tenerci alla larga da questo evento a metà tra il cattolico, il folkloristico e il profano. Motivo? I maschi della mia stirpe hanno ereditato, da un lontanissimo antenato credente, una statua in legno massiccio, quella del Cristo morto, detta anche "La culla" (immaginate un giaciglio dorato raramente kitsch, con dei ninnoli di vetro colorato appeso, fiori finti su cui viene spruzzata della colonia scadente, enormi candele e un cristo olivastro che pare Raz Degan) e il dovere morale di partecipare all'happening del Venerdì Santo fino all'insorgere di comprovati ostacoli fisici. E dunque, questo dato di fatto ha sostanzialmente due implicazioni: la prima è che qualsiasi mio spasimante, prima di poter assurgere al ruolo di fidanzato, dev'essere disposto - qualora mio padre non fosse più in grado di farlo - a scarrozzarsi insieme ad altri tre prodi della confraternita, una statua che peserà all'incirca tre quintali (non pensate di fare i furbi e proporre di caricarla su un furgoncino - questa non è una possibilità contemplata, visto che anche le altre 19 confraternite che possiedono le altre statue preferiscono trasportarle a spalla). La seconda è che, ogni anno, in questa casa, assistiamo al toto-girovita di mio padre che, chiamato a indossare un completo da iena (nero integrale, camicia bianca, narrow black tie) - sempre lo stesso da quando ne ho memoria - smannaggia come un turco constatando la lievitazione esponenziale del suo grasso corporeo. E, bestemmie a parte, alla fine in qualche modo si infila in quel completo ed esce con passo marziale per recarsi nella chiesa di quartiere da cui la processione prende il via. Ora, la tradizione mi vede solitamente coinvolta, insieme al resto della famiglia, come osservatrice non partecipante (delle gesta epiche del mio babbo). Solo in un caso, ancora tredicenne - in piena ribellione adolescenziale, perché nella mia famiglia l'unico modo in cui si poteva trasgredire, era dichiararsi credenti - ci partecipai come membro del coro indossando una tunica bianca da cui spuntavano mezzo metro di jeans e Converse perché troppo corta per me, che già ero una pertica allora, occasione nella quale bruciai con il cero pasquale i capelli della mia amichetta, rea di avere dei bellissimi boccoli laddove io avevo degli spaghetti giallastri, e dopo la quale fui per sempre bandita da ogni attività religiosa (ingrati, l'effetto fu piuttosto mistico). Comunque, si diceva. Io e i miei nonni ci rechiamo in strada in assetto da jiihad, il nonno highlander si appoggia a un muro con fare tracotante da bravo manzoniano mentre la nonna sosia di gianni morandi inizia ad apostrofare le sue vecchie conoscenze con simpatici "mooo', cap d cazz, ancor camp?" ("perdincibacco, zucca vuota, noto con gioia che sei ancora in vita") o anche, in momenti di particolare spannung, "uè tramaun*, c cazz stè a ffà dò? mè, vid c t liv da 'nanz o cazz" (ciao mezza sega, qual buon vento ti conduce in questi luoghi ameni? Ad ogni modo, potresti cortesemente cedermi il passo?). Noi siamo lì immobili, una fronda di anticlericali, e attendiamo che la processione ci venga incontro, annunciata da una sgarrupatissima banda di paese - per cui ogni anno indicono un concorso che recita più o meno "se sei il peggior strumentista della Puglia, partecipa alla processione dei misteri di Palese". Suonano una specie di tristissima mazurka da far invidia a Capossela mentre le statue avanzano lungo la via che dalla pineta si snoda verso il mare, un carrozzone lento e colorato che ondeggia per il passo stravagante di chi ne sorregge il peso (si procede rigorosamente a gambe larghe e al ritmo di bachata, perché a una statua si addice di più il moto oscillatorio di quello sussultorio), qualcuna rimane bloccata nel passaggio a livello che puntualmente si chiude facendo temere la tragedia, i ragazzini del coro intonano in falsetto canti improponibili, gruppi di uomini in tunica rossa, cilicio e corona di spine ti guardano con aria afflitta come a dire "lo stiamo facendo anche per i tuoi peccati" (ci vorrebbe bel altro che un cilicio, caro mio, e non credo tu sia disposto a tanto), un sassofonista particolarmente estroso fa la parte di Lisa nella sigla dei Simpson, e mentre l'Ultima Cena, le zitelle col rossetto sui denti che gareggiano a chi fa il miglior acuto sull'Osanna, San Giovanni, la Flagellazione e chissà cos'altro ti sfilano davanti, tu pensi solo che sembrano tutti vecchi, così incredibilmente vecchi, anche i tuoi coetanei che nel frattempo, mentre eri impegnata a fare manco-tu-sai-cosa, si sono sposati e hanno figliato, sanno di vecchio. E lo stesso deve pensare nonna Gianni Morandi, che, passata la statua di famiglia e salutato mio padre con fare solenne, ogni anno puntualmente si volta verso di te e dice "mè, sciamaninn, m' so' scassat u cazz mizz a tutt sti vecchj" (orsù, nipote adorata, appropinquiamoci alla nostra magione, ché non tollero più la vista di tutti questi anziani).

*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.

Diciamoci la verità: per il 99% del tempo abitare in una casa con sole donne è uno spasso. Puoi farti la ceretta sul tavolo della sala da pranzo mentre le altre cenano, stendere i mutandoni a vista senza paura di perdere quell'allure di sensualità che (si suppone) ti contraddistinguerebbe con un quantomai improbabile uomo - anche se mi rendo conto questa frase contiene troppe ipotesi perché possa avere una qualche fondatezza - puoi maledire tutti gli esseri di sesso maschile (animali inclusi) senza paura di offendere la sensibilità di qualcuno, e in definitiva vivere la tua esistenza come un eterno pigiama party in stile Beverly Hills 90210. Questo il 99% delle volte. Resta scoperto quell'1% in cui, nel giro di quarantott'ore, ti trovi a dover fronteggiare 1. l'ammutinamento di tutti gli elettrodomestici della casa 2. tutta un'altra serie di sfortunati eventi domestici 3. la tua incapacità di capire quale tipo di disagio psichico spinga una lavatrice a riversare ettolitri di schiuma sul pavimento o un forno a essere in grado di ridurre gli ossidi metallici e produrre ghisa ma non di cuocere uniformemente un ciambellone. O un asciugacapelli a scoppiarti in mano. O una caldaia a fare i gorgoglii di un neonato. 4. l' impossibilità di rapportarti serenamente con il dato di fatto che l' impianto idraulico di questo palazzo è costruito in modo tale che quando l'inquilino del piano di sopra tira lo scarico del wc, tutta la sua roba - ridotta a una melma purtrida dal malefico Sanitrit - passa nel tubo del nostro lavello della cucina, e metti caso ci sia un'ostruzione momentanea dei tubi, metti caso la valvola di non ritorno abbia smesso la sua funzione, per l'appunto, di non-ritorno (perché è così che ti chiami, maledetta valvola, vedi di non scordartelo di nuovo), metti pure caso che la guarnizione che teneva insieme i tubi sotto il lavello si sia usurata, metti caso succeda tutto questo, e tutto questo succeda ovviamente nello stesso istante in una congiuntura astrale tanto sfavorevole quanto rara, ti ritrovi la cucina inondata di quella roba di cui sopra e a sentirti la protagonista di una scena tagliata di Trainspotting perché troppo splatter persino per Danny Boyle. Ed in quel caso lì, mentre sguazzi con le ciabattine rosa in quella melma fetida, bè, direi che un uomo forse ti manca. Lì sì, per quanto il tempo men-free ti abbia un po' trasformata in una sorta di MacGyver con le tette, avverti la mancanza di un individuo che, alla assoluta e incontrovertibile figaggine, congiunga anche la capacità di comprendere l'intima psicologia degli apparecchi domestici.
E allora che fai? Andare ad abbordare uno per strada solo per chiedergli, al risveglio, di dare un'occhiata al forno, è uno sbattimento eccessivo, considerato che poi almeno un caffè glielo dovrai offrire e già starai stanca dalle acrobazie notturne; il fidanzato della Coinquilina Numero Uno è colto da repentina demenza e saltella felice nel letame come un bambino nelle pozzanghere senza rendersi di nessun aiuto, e l'Afflitta porta in casa solo uomini con seri problemi di tossicodipendenza (nel senso che non sanno più da che sostanza tossica dipendere) i quali si intrippano a sentire l'odore del gas proveniente dalla caldaia.
Quindi digiti istericamente il numero del Pronto Intervento Donne Single, ossia il tuo idraulico tutto fare di Wolverhampton (se non so' inglesi non li volemo), che guarda caso risponde al nome archetipico di Adam, il quale ti risponde al cellulare mentre guida sulla Spilamberto-Vignola e ti dice con accento angloemiliano che in meno di un'ora è lì da te, che è tutto ok - non è colpa tua - tu hai fatto il possibile e che vedrai che si metterà tutto per il meglio, devi solo dare tempo al tempo, prometto che ti starò vicino, insomma ti dice quelle cose che forse spettava dire a tuo padre o al tuo fidanzato molto tempo prima e la cui mancanza ha animato per mesi le conversazioni pomeridiane con il tuo psicanalista. E poi finalmente questo novello Adamo arriva, tu nel frattempo ti ingegni per guadare la palude Stigia nella tua cucina e gli prepari il pranzo, lui sistema quello che deve sistemare, disinfetta tutto, si disinfetta a sua volta e poi si siede e pranza. Due frasi sullo stato dei tubi e poi si sta muti. Fino alla fine del pranzo. Senza sforzo ti fa capire che per te gli equilibri che deve avere la tua relazione ideale sono sorprendentemente tradizionalisti: spetta ad Eva fare i danni e ad Adamo faticare per ripararli. Un retaggio della tua unica lezione di catechismo.

Subscribe